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Diamanti

 

Maraismara storia diamanti

La storia dei diamanti è la storia dei rapporti dell'Occidente con l'India, che fino al XVII secolo sarà l'unico deposito conosciuto. 

Il nome deriva dal greco adamas, che indica un materiale invincibile oltremodo duro. È questa definizione che rende difficile distinguere con certezza quando gli antichi facevano riferimento alla gemma di carbonio o ad altri materiali. Per lungo tempo i diamanti vennero utilizzati solo per tagliare altre gemme e addirittura forarle. Solo la venerazione dei romani per la suprema tra le pietre e i loro intensi commerci con l'India misero in voga i gioielli con diamanti. 

Il secondo impero persiano fece quasi cessare i rapporti con l'India e bisognerà aspettare il XIII secolo per ricominciare a leggere di diamanti. Fu proprio a questo punto che adamas perse il prefisso a-: eccoci al sorgere dell'arte del taglio e della sfaccettatura! Il diamante è vinto! Ah, che luce! 

 

 

 La filiera tradizionale dei diamanti naturali

Ogni anno vengono estratti circa 130 milioni di carati di diamanti grezzi, di cui il solo il 20% con qualità da gemma. 

Il settore è dominato dai giganti ALROSA e De Beers.
Russia, Botswana, Canada ed Australia sono i maggiori produttori, mentre da dieci delle miniere più grandi arriva più di metà della produzione mondiale.  L’85% dei diamanti arriva da miniere LSM, la restante parte da miniere ASM che, essendo estremamente vulnerabili, costituiscono, anche in questo caso, l'oggetto principale delle nostre preoccupazioni. 

Dopo che i diamanti sono stati estratti, vengono esportati nei “trading hubs” (Anversa, Dubai, New York, Israele, India e Hong Kong), dove sono raggruppati in lotti per forma, colore e dimensione. Possono essere venduti molteplici volte prima di essere tagliati. Possono addirittura essere spostati, sia grezzi che semilavorati, attraverso diverse giurisdizioni prima di venire finalmente impiegati nella realizzazione di gioielli. In questo sistema la tracciabilità è persa fin quasi dall’inizio. 

Per via della mano d’opera a bassissimo costo, almeno il 70% dei diamanti è tagliato e lucidato in India e il 20% in Cina, ma quelli di maggior valore continuano ad essere lavorati ad Anversa. A questo punto non siamo ancora arrivati alla fine della filiera, perché sarà solo dopo essere passati tra le mani di diversi intermediari, sempre separati e ricomposti in lotti, che i diamanti finiranno nelle vetrine.

 

Blood diamonds (diamanti di conflitto) 

A diamond is forever

Occorre partire dalla lunga guerra civile in Angola, iniziata nel 1975, una delle tante guerre per procura che caratterizzarono la guerra fredda. All'indomani del crollo dell'Unione Sovietica, il fronte opposto trovò il modo di sfruttare la situazione ed ebbe così inizio un fitto scambio di diamanti e di armi. Agli attori in campo la situazione andava così bene che aiutarono Savimbi, allora leader rivoluzionario e guerrigliero, a meccanizzare le miniere per renderle più produttive.

Al finire del millennio, però, gli interessi cambiarono, la situazione precipitò e nel dicembre del 1998 il report “A rough trade” della ONG britannica “Global Witness” portò i fatti agli occhi di tutti. Pochi mesi più tardi la risoluzione 1173 dell'ONU sancì l’embargo per i diamanti provenienti dall'Angola e sprovvisti del certificato di origine emesso dal governo. Un’impresa molto difficile e destinata all’insuccesso, perché i certificati erano molto facili da contraffare e i diamanti di questo territorio, nella loro forma grezza, sono indistinguibili da quelli del vicino Congo. 

Nel 2000 arrivò un nuovo report, questa volta dalla ONG canadese “Partnership Africa Canada (PAC)”, che si intitolava “The heart of the matter” e denunciava la situazione del Sierra Leone, allora attraversato da una feroce guerra civile. Anche in questo caso, il traffico e lo sfruttamento legati al commercio dei diamanti avevano un ruolo centrale. Arrivò una nuova risoluzione dell’ONU e un nuovo embargo, questa volta accompagnato da un primo sistema di controllo per il commercio diamanti grezzi.

Fino all’inizio del Novecento, fino a quando Mikimoto non riuscì a carpire il segreto della loro nascita, le gemme più desiderate e preziose erano le perle. Quando però il loro costo divenne più accessibile e De Beers, allora senza concorrenza, riuscì nell’impresa di associare i diamanti all’amore attraverso la campagna “A diamond is forever”, il loro potere simbolico cambiò per sempre. I diamanti erano diventati la chiave della percezione del valore in gioielleria.

Fu così che quando le notizie dell’Angola e del Sierra Leone cominciarono a divenire di dominio pubblico, avvenne lo strappo nel cielo di carta e un’intera industria, quella che assicurava l’amore all’eternità attraverso una gemma indistruttibile, venne messa a nudo. I diamanti potevano essere ancora un simbolo d’amore o, al contrario, stavano diventando sinonimo della violazione dei diritti umani?  

Nel maggio del 2000 cominciarono i lavori per il Kimberly Process, nel mese successivo venne fondato il World Diamond Council e nel 2005 il Responsible Jewellery Council

 

Il Kimberly Process

Il Kimberly Process Certification Scheme (KPCS) è lo standard internazionale più prominente riguardo ai diamanti e opera sotto l’egida dell’ONU. 

È stato lanciato nel 2003 per impedire il commercio dei “diamanti di conflitto” ed è controllato e guidato dai partecipanti, che sono 55 e rappresentano 82 Paesi (l’UE vale come uno). La partecipazione è volontaria, ma i membri devono implementare la loro legislazione al fine di raggiungere alcuni requisiti mini. Rappresentanti dell’industria come il World Diamond Council, o ONG come il Kimberly Process Civil Society Coalition, possono partecipare soltanto in qualità di osservatori. 

Il KPCS ha permesso di sottrarre molti diamanti al mercato nero, di obbligare gli stati partecipanti ad implementare le loro legislazioni, e anche di migliorare le statistiche e i report sulla produzione e sul commercio nel settore.

Tuttavia, anche se per comodità viene sempre indicato come una garanzia etica, il KPCS è ancora molto lontano dal poterlo essere. I punti di debolezza di questo sistema sono gravi e molteplici:

  • Uso di una definizione inadeguata di “diamanti di conflitto”, che comprende solo gli abusi perpetrati dai “ribelli”, ignorando quelli operati dai “governi” o dai privati. Inoltre la natura dei conflitti è cambiata.

  • È applicato soltanto ai diamanti grezzi, permettendo così alle gemme semi lavorate e già tagliate di muoversi liberamente.

  • Si è dimostrato più che reticente nell’imporre sanzioni a quei paesi che non hanno rispettato i requisiti minimi, come nel caso della Repubblica Centrafricana.

  • Richiede la documentazione relativa al solo Stato di origine, non alla specifica miniera di origine.

  • Tabu sui diritti umani, come nel caso della certificazione RJC.

Il Kimberly Process ha un ruolo molto importante, ma senza le necessarie riforme ed implementazioni, questo ruolo è molto - troppo - limitato. La filiera dei diamanti naturali è complessa e non lascia spazio a soluzioni semplici e veloci, ma se non accettiamo i fatti per come sono e non facciamo pressione sul settore e sui governi, soltanto perché il KPCS è facilmente presentabile come una garanzia di controllo etico e permette di vendere meglio i gioielli, allora impediremo anche qualsiasi lento miglioramento.

 

I nuovi diamanti di conflitto

Il mondo è cambiato dai tempi di quel report del 1998 e ora i diamanti sono coinvolti anche in nuove forme di conflitto e in nuove violazioni dei diritti umani. Tuttavia, a causa delle limitazioni sopra discusse, questi diamanti riescono comunque ad accedere al mercato internazionale e ad essere etichettati come “conflict free” secondo il Kimberly Process.

Gli attori in campo non sono più soltanto i cosiddetti “ribelli”.

Gruppi armati parastatali, polizia e militari, agenzie di sicurezza private assunte dalle compagnie minerarie, bande e minatori artigianali, ma anche compagnie minerarie, aziende statali e centri di produzione possono essere responsabili di:

  • violenza sistematica, nella forma di percosse, uccisioni e torture di minatori artigianali e abitanti dei villaggi (Zimbabwe, Tanzania, CAR, DRC, Angola);

  • violenza sessuale, inclusi atti di persecuzione, stupri, abusi e sfruttamento (Zimbabwe, Tanzania, CAR);

  • crimini ambientali, tra cui inquinamento del suolo, dell’acqua e dell’aria, e distruzione del paesaggio (Sierra Leone, Lesotho).

 Desidero invitarvi alla lettura di due report recenti:

 

I diamanti artificiali o LGD (lab-grown diamonds) rispondono a un'etica spicciola

È facile credere che i diamanti artificiali, non implicando operazioni minerarie, siano per propria natura etici e sostenibili, ma non è affatto così.

La produzione di un diamante artificiale di 1ct genera 511kg di CO2, ovvero quasi quanto un volo Parigi-NY a persona. Al contrario l'estrazione di un diamante naturale dello stesso peso da miniere LSM produce 160kg di CO2. Per giunta, poiché nelle miniere ASM l'utilizzo di macchinari è esiguo se non assente, l'impatto ambientale di questa tipologia di operazioni è notevolmente ancora inferiore. 

Inoltre i diamanti artificiali non sono prodotti già pronti per essere utilizzati, ma vanno tagliati e lucidati come i diamanti naturali. Per giunta, poiché fabbricare un diamante di colore giallo è molto più veloce ed economico del realizzarne uno bianco, è sempre necessario ricorrere ad ulteriori trattamenti per arrivare al colore più desiderato. Visto che il loro prezzo deve essere contenuto, queste operazioni avvengono in fabbriche a basso costo, e attualmente non si conoscono i nomi di tutte le aziende che producono diamanti artificiali.

Preferire i diamanti creati in laboratorio a quelli naturali, in gioielleria, può rispondere ad una ragione economica, al massimo a una necessità di progettazione, ma mai ad una etica che mira alla sostenibilità. Boicottare i diamanti naturali non solo non risolverebbe direttamente nessuno dei problemi che conosciamo bene, ma causerebbe una contrazione della domanda e una devastante reazione a catena. Allora ci allontaneremmo ancora di più dal miglioramento auspicato e il prezzo verrebbe pagato da chi, a monte della filiera, è più debole, ovvero i minatori artigianali e le comunità locali.

 

I diamanti che ho scelto e quelli che sogno

Arrivata a questo punto, mi piacerebbe scrivere di un progetto fatto di diamanti provenienti da miniere artigianali africane conosciute, tagliati nel paese di origine, per far pienamente beneficiare le comunità della ricchezza che appartiene loro, o al massimo ad Anversa, ed infine spediti in Italia. 
La strada per arrivare a questo sogno, ahimè, è ancora lunga.

Per il momento utilizziamo solo diamanti naturali provenienti dal Canada (Canadamark) e dall’Australia (Origin Australia), tagliati e lucidati da laboratori accreditati. Arrivano dal lavoro di fornitori fidati che condividono, sin da tempi non sospetti, i miei stessi valori. 

I diamanti più grandi sono accompagnati dalla relativa certificazione indipendente (da non confondere con l'analisi di laboratorio, che si occupa solo delle qualità fisiche della pietra) e da una microscopica iscrizione laser identificativa. I diamanti più piccoli, in gergo chiamati melee, per via delle loro dimensioni non hanno un certificato individuale, ma vengono commercializzati in lotti sigillati e numerati. (In foto un lotto di diamanti Canadamark melee aperto).

maraismara canadamark

Al momento non utilizziamo diamanti naturali riciclati (post-consumer), in quanto non ho ancora trovato una fonte in grado di fornire le ottime garanzie di trasparenza che cerco. 

Anche se i diamanti dai sistemi di certificazione canadese ed australiano rispettano criteri di responsabilità (la sostenibilità è un’altra cosa), sono quelli che utilizziamo e la scelta più "etica" disponibile, non credo siano la soluzione al problema, ma soltanto un punto di partenza.

La nascita, lo sviluppo e il successo di Oro Fairtrade, provano che i processi estrattivi da miniere artigianali e da aree problematiche, se guidati e tutelati con pazienza e collaborazione internazionale, possono costituire una fonte di sviluppo sostenibile sociale ed economico per le comunità. 

 

Diamonds for Peace, una speranza per il futuro

Anche se i su citati diamanti australiani e canadesi possono essere etichettati come "etici", non dovrebbero essere considerati come la soluzione al problema, ma solo come punto di partenza per nuovi sforzi e rinnovato approccio.
Cosa fare con i diamanti africani da miniere artigianali? Non potrebbero diventare una vera risorsa per delle intere comunità come è stato l'Oro Fairtrade? Non potrebbero diventare…etici?

A luglio 2018, durante una conferenza a Londra, ho conosciuto Chie Murakami, fondatrice della NGO "Diamonds for Peace". 

Si tratta di un progetto strabiliante che, se tutto andrà bene, tra 4-5 anni consentirà di avere sul mercato i primi diamanti etici provenienti da miniere artigianali africane.
I primi diamanti da miniere artigianali africane, proprio quelle miniere dove generalmente si lavora per dodici ore ricevendo in compenso un dollaro e una ciotola di riso!

Per il momento l'unico aiuto che possiamo dare a Diamonds for Peace è di tipo economico, perciò spero tanto di poter crescere e destinare a questo progetto più fondi. O di diffonderne così tanto la voce da poter generare tante piccole donazioni private. [leggi di più]