Diamanti

 

Si è sempre saputo poco della storia dei gioielli, di quella che parte dai materiali, rari e lontani, e delle pratiche per ottenerne. 

Negli anni ’90 il Sierra Leone è stato attraversato da una feroce guerra civile, dove il traffico e lo sfruttamento legati al commercio dei diamanti hanno avuto un ruolo centrale. Migliaia di persone divennero schiavi nelle miniere. Morte, omicidi e violenze dietro quelli che cominciarono ad essere conosciuti come “blood diamonds”. 
Un simbolo di amore o un simbolo di sfruttamento e violazione dei diritti umani?

Quando queste notizie cominciarono a raggiungere la stampa, ci fu uno strappo nel cielo di carta. Un’intera industria venne messa a pancia scoperta.
I diamanti sono la chiave della percezione del valore in gioielleria, perciò non si poteva permettere che all'antica immagine di purezza dei diamanti se ne associasse una di guerra e sangue. Fu così che i grandi della gioielleria, per correre ai ripari, crearono il Responsible Jewelry Council e il Kimberly Process, ancora oggi presentato come un sistema di garanzia etico.

Sfortunatamente il Sierra Leone non è l’unico Paese dove, come conseguenza dei traffici legati ai diamanti, ci sono stati conflitti armati e violazione dei diritti umani: Angola e Repubblica Democratica del Congo sono altri tristi e chiari esempi.
Nel 2006 il documentario “Blood diamonds” di Edward Zwick, che racconta i fatti della guerra civile del Sierra Leone, ha portato nuova e più viva attenzione al problema.

Spero che vorrete seguirmi in queste pagine, dove cercherò di portarvi, per quanto possibile, dietro le quinte della gioielleria, parlandovi di una certificazione che fa acqua da tutte le parti, mettendovi in guardia sulla reale sostenibilità dei diamanti artificiali e, infine, presentandovi un progetto che potrebbe veramente cambiare le cose.

 

 La supply chain dei diamanti

Ogni anno vengono estratti circa 130 milioni di carati di diamanti grezzi, di cui circa il 70% ha le qualità per diventare una gemma. Di questi il 20% deriva da miniere artigianali.
L’industria dei diamanti è dominata dai giganti ALROSA e De Beers, cui fanno capo più della metà delle vendite annuali.

Dopo che i diamanti sono stati estratti, vengono generalmente esportati  nei “trading hubs” (i più grandi sono Dubai e Anversa), dove vengono raggruppati in "parcels" per forma, colore, dimensioni e carati. Vengono venduti molteplici volte prima di essere inviati ai tagliatori e lucidatori. Possono addirittura essere spostati, sia grezzi che semilavorati, attraverso diverse giurisdizioni prima di venire finalmente acquistati e utilizzati in dei gioielli. In questo sistema la tracciabilità è persa fin quasi dall’inizio.

Almeno il 70% delle pietre è tagliata e lucidata in India, soprattutto per via della mano d’opera a bassissimo costo,  il 20% in Cina. 
Solo a questo punto i diamanti cominciano ad affacciarsi sul mercato.

Le compagnie di estrazione generalmente non rivelano la miniera di origine dei diamanti che vendono - e come potrebbero, in un sistema così composto?

Per esempio, sia De Beers che ALROSA aggregano i diamanti da diverse miniere prima di inviarle ai loro tagliatori. 

 

 Il Kimberly Process

Il Kimberly Process Certification Scheme (KPCS) è lo standard internazionale più prominente riguardo ai diamanti. Si tratta di un sistema di certificazione controllato e guidato da governi, lanciato nel 2003 per evitare il commercio dei “diamanti di conflitto”, un’espressione che indica specificatamente i diamanti grezzi utilizzati da forze ribelli per finanziare guerre contro governi legittimi.

Sotto il KPCS gli Stati membri devono organizzare un sistema di controllo per l’esportazione e l’importazione dei diamanti grezzi. Inoltre questo sistema richiede la documentazione relativa al solo Stato di origine, non alla specifica miniera di origine.

I punti di debolezza sono molteplici e gravi:

  1. Inadeguata definizione di “diamanti di conflitto”.
    L’attenzione è solo per gli abusi perpetrati dai ribelli, ignorando quelli operati dai governi locali o dai privati. Per esempio il Kimberly Process ha autorizzato l’esportazione dei diamanti provenienti dal’Angola e dallo Zimbabue, malgrado siano stati estratti in condizioni di grave abuso.
  2. È applicato soltanto ai diamanti grezzi, permettendo così alle gemme semi lavorate o addirittura già lucidate di muoversi liberamente.
  3. Il sistema si è dimostrato più che reticente nell’imporre sanzioni a quei paesi che non hanno rispettato i requisiti minimi, come nel caso della Repubblica Centrafricana.

Malgrado tutto questo, in molti vi tranquillizzeranno sull’origine dei loro diamanti citando il Kimberly Process. 

 

I diamanti creati in laboratorio rispondono a un'etica spicciola

Le credenziali etiche dei diamanti creati in laboratorio sono ampiamente inflazionate, ma occorre guardare in maniera sorvegliata alla questione.
È facile credere che qualsiasi gemma creata dall'uomo, non implicando processi di estrazione, sia per propria natura etica e sostenibile, ma non è così semplice. [leggi di più]

 

I nostri diamanti

I diamanti che utilizzo provengono da fornitori fidati che condividono, sin da tempi non sospetti, i miei stessi valori.

Si tratta di gemme totalmente tacciabili che arrivano dal Canada (CanadaMark) o dall’Australia (Origin Australia), e sono sempre tagliate e lucidate da laboratori accreditati. Ogni attore della filiera è controllato da una terza parte indipendente.

I diamanti più grandi, siano essi CanadaMark o Origin Australia, vengono accompagnati dalla relativa certificazione indipendente e da un’iscrizione laser.

I diamanti più piccoli, che in gergo vengono chiamati melee, non hanno un certificato singolo poiché, viste le dimensioni, vengono commercializzati e utilizzati in maniera differente. Immaginate un bracciale interamente ricoperto di diamanti di 1 mm!
Questi diamanti vengono trasportati in ogni stage all’interno di buste sigillate e certificate.

 

Supportiamo Diamonds for Peace, una speranza per il futuro

Benché i diamanti australiani e canadesi su citati siano a tutti gli effetti etici, non sono soddisfatta.
Cosa fare con i diamanti africani? Non potrebbero diventare una vera risorsa per delle intere comunità? Non potrebbero diventare…etici?

Lo scorso luglio, durante una conferenza a Londra, ho conosciuto Chie Murakami, che ha dato vita alla NGO "Diamonds for Peace". 

Si tratta di un progetto strabiliante che, se tutto andrà bene, tra 4-5 anni consentirà di avere sul mercato i primi diamanti etici provenienti da miniere artigianali africane.
I primi diamanti da miniere artigianali africane, proprio quelle miniere dove generalmente si lavora per dodici ore ricevendo in compenso un dollaro e una ciotola di riso!

Per il momento l'unico aiuto che possiamo dare a Diamonds for Peace è di tipo economico, perciò spero tanto di poter crescere e destinare a questo progetto più fondi. O di diffonderne così tanto la voce da poter generare tante piccole donazioni private. [leggi di più]